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RUGBY BERGAMO FOR NDUGU MDOGO

Buongiorno a tutti amici, e scusate il lungo silenzio.

Con questo messaggio vorrei aggiornarvi su come procede il nostro approccio con il rugby in Kenya
All`inizio del mese, finalmente, siamo stati a Ndugu Mdogo. Si tratta di una casa poverissima, situata a Kibera, la baraccopoli più grande di Nairobi, dove sono accolti una ventina di bambini letteralmente raccolti dalla strada. Attualmente ce ne sono 23, tra i nove e i sedici anni. Qui, oltre ad offrire loro un tetto e la possibilità di mangiare tutti i giorni, si cerca di ridare loro dignità, fiducia in se stessi, stimoli a migliorarsi e abitudine alle regole del vivere civile. Purtroppo è solo una piccola goccia nell'oceano; pensate che i bambini di strada a Nairobi sono svariate migliaia e di centri come questo ne esistono pochissimi.

I bambini vivono lì con un educatore che divide con loro la sua vita 24 ore su 24, più qualche altro operatore per qualche ora al giorno. Si lavano i loro (pochissimi) vestiti, si fanno da mangiare, tengono in ordine la loro casa, e coltivano le aiole dove cresce il "sukuma wiki", pianta base della dieta keniota.
La cosa che più mi ha colpito è stata la loro camera da letto. Una stanzetta con quattro letti a castello (otto posti in tutto!), "ma siccome non c'è spazio li condividiamo", come mi ha raccontato fierissimo Stanley, uno dei ragazzini. Nel loro futuro adesso c'è l'ingresso in strutture tipo casa famiglia, oppure il ritorno nelle famiglie di origine.

Per noi, pur preparati, è stata un esperienza al tempo stesso scioccante ed esaltante: a fronte di condizioni di vita così misere (e comunque migliori di quelle del circondario; almeno la loro casa è in mattoni e non in lamiera e ha un muro di cinta intorno per proteggerli) abbiamo trovato un grande orgoglio e una felicità ingenua e contagiosa. Siamo stati accolti come re, tutti hanno festeggiato Michele e David, tutti erano ansiosi di sapere quando avrebbero potuto giocare a rugby.

Il problema in realta` e` trovare un posto in cui si possa giocare tranquillamente. Considerando che loro si possono muovere solo a piedi (i mezzi costano e poi loro sono 23!), andava trovato un posto nelle vicinanze.
Per farla breve sono riuscito a metterli in contatto con la societa` con cui ha iniziato a giocare Michele, gli Harlequins. Adesso tutte le domeniche pomeriggio, per due ore, sotto un sole canicolare, i ragazzi di Ndugu Mdogo (e Michele) hanno la posibilita` di giocare in compagnia, sotto gli occhi di istruttori certamente piu` preparati di me.

Organizzazione e strutture non sono comparabili alle nostre, ma entusiasmo e allegria non mancano.
Dubito che potremo mai assistere alla nascita di un Ndugu Mdogo Rugby Club, qui le priorità sono ben altre, però l'entusiasmo e la voglia che ho trovato mi hanno confermato che l'idea di sostenere la loro passione non è affatto fuori luogo. La consegna dei palloni è stato un momento emozionante; avreste dovuto vederli, dopo avere spiegato loro che erano un regalo della società, gridare in coro "Bergamo, Bergamo".

Mi piacerebbe, sempreche` siate ancora disponibili, riuscire a organizzare l`invio delle maglie; verranno sicuramente portate con grande orgoglio anche nella vita di tutti i giorni.
Penso che Gian Marco, che ci legge in copia, possa dare il suo assenso.

Vi allego due foto: una del giorno della consegna dei palloni, una di una domenica in cui pero` i ragazzi di Ndugu Mdogo non avevano ancora iniziato a giocare; rende pero` bene l`idea di come sia diverso dai nostri sabati.

 


Mai avrei pensato che avrei avuto un figlio keniota, così come mai avrei pensato che avrei speso quasi un anno della mia vita in Africa.  E invece eccomi qui, con la mia famiglia, che dall’inizio di settembre si è ingrandita grazie all’arrivo di David Baraka, un robusto bimbetto di tre anni.

Gli amici di Koinonia sono stati molto gentili con noi, non solo per i fondamentali consigli su come sopravvivere a Nairobi, ma anche per l’opportunità di visitare i loro progetti. Così, all’inizio dell’anno ci siamo trovati al drop in center di Ndugu Mdogo. Si tratta di una  casa poverissima, situata a Kibera, la baraccopoli più grande di Nairobi, dove sono accolti una ventina di bambini raccolti dalla strada. Attualmente ce ne sono 23, tra i nove e i sedici anni. Qui, oltre ad offrire loro un tetto e la possibilità di mangiare tutti i giorni, si cerca di ridare loro dignità, fiducia in se stessi, stimoli a migliorarsi e abitudine alle regole del vivere civile. Purtroppo si tratta solo una piccola goccia nell'oceano; i bambini di strada a Nairobi sono svariate migliaia e di centri come questo ne esistono pochissimi. I bambini vivono là con un educatore che divide con loro la sua vita 24 ore su 24, più qualche altro operatore per qualche ora al giorno. Si lavano i loro (pochissimi) vestiti, si fanno da mangiare, tengono in ordine la loro casa, e coltivano le aiole dove cresce il "sukuma wiki", pianta base della dieta keniota. La cosa che più mi ha colpito è stata la loro camera da letto. Una stanzetta con quattro letti a castello (otto posti in tutto!), "ma siccome non c'è spazio li condividiamo", come mi ha raccontato fierissimo Stanley, uno dei ragazzini.

Per noi, pur preparati, è stata un esperienza al tempo stesso scioccante ed esaltante: a fronte di condizioni di vita così misere (e comunque migliori di quelle del circondario; almeno la loro casa è in mattoni e non in lamiera, ha un muro di cinta intorno per proteggerli, ha un bagno e una doccia, anche se l’acqua in quella zona scarseggia) abbiamo trovato un grande orgoglio e una felicità ingenua e contagiosa. Siamo stati accolti come re, tutti hanno festeggiato Michele e David, i miei figli, tutti erano ansiosi di sapere quando avrebbero potuto giocare a rugby.

Già, perché noi in realtà già sapevamo di avere questa passione in comune. Insieme a Lucia, mia moglie, lo avevamo scelto come sport per Michele, perchè ci sembrava potere trasmettere ad un bambino valori molto più positivi di quelli che crediamo trasmetta lo sport più popolare in Italia:
lealtà, amicizia, spirito di gruppo, poco spazio per le primedonne.

Siamo stati particolarmente fortunati nel trovare nella Bergamo Rugby una società che rispecchia in pieno questi valori. E in più attenta ai bisogni altrui: quando ho proposto loro di sostenere la passione dei ragazzini di Ndugu Mdogo ho sfondato una porta aperta. Per loro sono in arrivo delle tenute da gioco, disegnate appositamente per l’occasione. Sono già invece arrivati alcuni palloni. E’ stata una grandissima emozione per me, il giorno della consegna, sentirli gridare in coro “Bergamo, Bergamo” per ringraziare del dono ricevuto.

E siccome lo spirito del rugby è uguale in tutto il mondo, non mi è stato difficile contattare la federazione locale e trovare loro uno spazio in cui giocare. Risultato: da qualche settimana, tutte le domeniche pomeriggio, i ragazzini di Ndugu Mdogo e mio figlio Michele si uniscono a una quindicina di altri bambini,  e si allenano felicemente sotto gli occhi attenti e competenti di allenatori federali.

L’ambiente è molto diverso da quello a cui noi eravamo abituati: pochi genitori, bambini che giocano scalzi, niente abbigliamento supertecnico, ma tanti che giocano con gli stessi vestiti con cui poi andranno a casa e che si metteranno il giorno dopo. L’entusiasmo, l’impegno e l’allegria però non mancano. Ma soprattutto il ruolo del rugby va ben oltre quello, pur importante, di una sana attività fisica: qui il rugby è usato come sport educativo anche all’interno delle scuole, specie in quelle situate nelle zone più povere della città; molti dei compagni di Michele vengono infatti dagli slum; sul campo si mischiano così bambini che vengono dalle baraccopoli e bambini dei quartieri “bene”: per tutti un’occasione di imparare “sul campo” disciplina, lealtà, spirito di squadra, per un pomeriggio lontani dalle tentazioni della strada. E per i ragazzi di Ndugu Mdogo ha un ruolo ancora più importante: adesso che è finito il loro anno al drop in center, per alcuni si prevede un rientro nelle famiglie di origine, mentre per altri si prevede un inserimento in comunità di accoglienza. Per tutti però rimarrà l’incontro domenicale sui campi di Ngong Road: un’occasione per rinsaldare l’amicizia con i compagni, fare il punto della situazione, ricordare valori e buoni propositi, rinsaldare la speranza di un futuro migliore.



Grazie a tutti e a presto.

Lucia, Mario, Michele e David Baraka.



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